Lo scorso 15 luglio, il quotidiano online “lastampa.it” ha pubblicato un articolo dell’oftalmologo De Biasi che lanciava un allarme sul possibile collegamento tra cattiva visione e stragi del sabato sera. Nello stesso si parlava anche di “occhiali sbagliati” e di “ottico che non può correggere certe patologie”.
Pubblichiamo il commento di Giulio Velati apparso su www.lastampa.it il 22 luglio.
Preg.mo Dott. De Biasi, intervengo nella mia veste di Presidente della Federottica - Associazione Federativa nazionale Ottici Optometristi - in riferimento alla intervista, da Lei rilasciata e pubblicata il 15 luglio c.a. sul sito internet: www.lastampa.it. dal titolo “Troppi incidenti perché l’occhio non vede bene”, per evidenziare quanto segue: 1) L’attività dell’ottico, qualificata come “ausiliaria della professione sanitaria”, è prevista in un regio decreto risalente al 1928, e precisamente all’art. 12 del r.d. 31 maggio 1928, n. 1334, il quale prevede che: “Gli ottici possono confezionare, apprestare e vendere direttamente al pubblico occhiali e lenti soltanto su prescrizione del medico, a meno che si tratti di occhiali protettivi o correttivi dei difetti semplici di miopia e presbiopia, esclusa l’ipermetropia, l’astigmatismo e l’afachia.”. Quindi, già da allora abilitati ad eseguire esami visivi in completa autonomia, pur con evidenti anacronistiche limitazioni relativamente ad alcuni difetti visivi.
Da allora, gli ottici hanno acquisito conoscenze, abilità e competenze che li hanno portati ad approfondire le tematiche che riguardano i problemi legati alla visione, sotto il profilo dell’accertamento dei difetti di refrazione, e non solo, ma anche le problematiche che si collegano con il miglioramento dell’efficienza visiva. Sono nate così – accanto alle tradizionali scuole di ottica, realizzate a sensi degli artt. 99 e 100 del T.U. delle leggi sanitarie - risalente al 1934 - scuole di specializzazione in optometria (previste dall’ordinamento regionale) di approfondimento della materia dell’ottica, questa volta non soltanto finalizzate allo studio dei materiali, alle tecniche realizzative di un buon occhiale, all’adeguamento dei mezzi compensativi delle ametropie, bensì creative di una nuova filosofia nella formazione di un professionista che operasse a trecentosessanta gradi nel dare un risultato ottimale circa l’efficienza visiva dell’utente: appunto l’ottico optometrista. A livello formativo, la figura professionale dell’ottico optometrista ha trovato poi uno sbocco universitario in un Corso di laurea in Ottica e Optometria nelle Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, presenti nelle Università statali di: Milano Bicocca, Padova, Lecce, del Molise (Isernia), Firenze, Roma Tre, Torino e Napoli.
La Giurisprudenza poi, dal canto suo, ha svolto un ruolo determinante nel processo evolutivo della professione dell’ottico optometrista arrivando ad affermare che: la miopia, la presbiopia, ma anche l’astigmatismo, l’afachia e l’ipermetropia non sono patologie oculari, ma semplici disfunzioni della vista per le quali non è necessaria alcuna attività medica diagnostica. Con la conseguenza che l’ottico optometrista non necessita di alcuna prescrizione medica per “confezionare, apprestare e vendere determinando in assoluta autonomia la soluzione ottica più adatta alla soluzione del problema visivo dell’ametrope (occhiali protettivi, correttivi e lenti a contatto). Si cita, una per tutte, la sentenza n.27853 dell’11 aprile 2001 della Corte di Cassazione, sezione IV; 2)
Conseguentemente l’ottico optometrista individua e compensa i difetti ottico-refrattivi della visione, sia mediante l’attestazione, l’adattamento, la realizzazione e la messa in servizio di occhiali, lenti a contatto, correttive ed estetiche, ausili visivi per ipovedenti, sia attraverso procedure di educazione visiva. Egli non svolge, non può svolgere e non vuole svolgere un’attività di diagnosi in senso lato di patologiche disfunzioni dell’organo visivo - di esclusiva competenza del medico oculista – in quanto l’oggetto dell’attività professionale dell’ottico optometrista è prevalentemente, ma non solo, la valutazione e misurazione dei difetti funzionali della visione e la loro correzione con i mezzi di compensazione oggi disponibili.
3) Un’ultima considerazione. Il tema da Lei trattato nella sua intervista è caro ai medici oculisti, almeno quanto lo è agli ottici optometristi. A tal proposito Le segnalo che EUROM 1, la Federazione Europea dell’Industria Ottica, ha organizzato una colazione-dibattito il 6 luglio 2010 presso il Parlamento Europeo di Strasburgo al fine di mettere in risalto il ruolo decisivo che una vista sana riveste per la sicurezza degli automobilisti. Ospitata da Jim Higgins, membro irlandese del Parlamento Europeo e componente della Commissione Trasporti, la colazione-dibattito è stata organizzata al fine di fornire ai deputati europei l’informazione necessaria sull’importanza di una buona vista e su come un incremento dei controlli della vista per gli automobilisti favorisca una guida più sicura e una maggiore sicurezza sulla strada.
In questa occasione, il prof. Renato Pocaterra, ottico optometrista e ricercatore presso l’Università di Milano Bicocca, ha illustrato alcuni dati statistici forniti dall’Istituto Nazionale di Statistica italiano nel 2008 secondo i quali il 59% degli incidenti stradali dipende da cause direttamente legate alla percezione visiva. Inoltre, l’Università di Milano Bicocca ha rilevato che in Italia una persona su tre ha difetti visivi oltre il livello minimo consentito dalla legge. In conclusione, qualora Le si dovesse presentare ancora l’opportunità di trattare questo argomento, Le confermo la piena disponibilità della Federazione che rappresento a fornirLe ogni supporto con le adeguate informazioni e i relativi ragguagli in merito alla nostra professione e professionalità.
Cordialmente La saluto
Il Presidente Giulio Velati
(fonte www.lastampa.it )
Leggi l'articolo del dottor Paolo De Biasi
La risposta del presidente Federottica Giulio Velati