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Professione

La transizione alla professione di optometrista? L’equivalenza è un passo obbligato!

 “La vita è piacevole. La morte è pacifica. È la transizione che crea dei problemi”. Così scriveva Isaac Asimov, biochimico ma, soprattutto, grandissimo scrittore statunitense di fantascienza.

La transizione di cui intendo scrivere ora è certamente meno importante, meno “definitiva”, ma sta suscitando un coro a più voci, a volte dissonanti, di colleghi eccitati in alcuni casi e preoccupati in altri, relativamente al futuro professionale della categoria che, se le cose dovessero andare come parrebbe, ci si appresterebbe a riscrivere.

Permettetemi di fare un preambolo, a beneficio dei più giovani lettori: l’attività optometrica, in affiancamento a quella ottico-oftalmica, nasce – come spesso avviene in questi casi - per una spinta dal basso, cioè per volere di quei colleghi ottici che, in Italia come nel resto del mondo, durante lo scorso secolo avvertivano l’urgenza di una crescita in formazione, in competenze e conseguentemente nell’attività professionale. Il metaforico canto delle sirene di Paesi lontani, lo sviluppo tecnologico, il citato desiderio di crescita sono solo alcuni dei motivi che spinsero una certa parte di colleghi ottici ad impegnarsi in progetti formativi tutt’altro che obbligatori e tutt’altro che appaganti da un punto di vista formale: “questo corso non serve a nulla se cercate dei titoli, ma è fondamentale per lo sviluppo della vostra futura attività” ebbe modo di dire Vasco Ronchi ad un gruppo di studenti che si accingevano a proseguire il proprio iter formativo in optometria dopo aver ottenuto l’abilitazione all’arte sanitaria di Ottico. Eppure, la formazione optometrica, logico prosieguo di quella in ottica, fu la scelta di molti fra giovani e meno giovani colleghi nel corso di svariati decenni, per puro piacere di conoscenza.

A cosa serve questo probabilmente noiosa prefazione? A ricordare, ancora una volta, che senza il contributo di queste figure, alcune delle quali hanno poi anche formato un certo numero di laureati come docenti delle materie professionalizzanti, non ci sarebbe mai stato un corso di laurea in Ottica e Optometria nel nostro Paese ma, soprattutto, che l’optometria italiana ha un respiro ben più lungo di quello datole dall’università e dal corso di laurea, che è stato fortemente voluto, altrettanto apprezzato ma,  inevitabilmente, è l’ultimo arrivato in termini strettamente cronologici.

Per chi, come me, ha studiato ottica prima ed optometria poi in quella che a parere di molti era ed fra le migliori scuole d’Italia, dare un piccolo contributo attraverso una “semplice” firma alla nascita del primo corso di laurea in Ottica e Optometria è stato motivo d’orgoglio, di concreto slancio verso il futuro perché - “cominciamo a mettere i puntini sulle i” - il futuro di una professione come la nostra non può che essere di natura universitaria, possibilmente magistrale.

Eppure, si ravvisa un malessere. Perché negli anni ’70 dello scorso secolo e poi a seguire fino ad oggi, qualunque fosse il percorso formativo scelto – e c’era persino chi varcava l’oceano per studiare, ammaliato dal già citato canto delle sirene -, ci sentivamo tutti colleghi, “nella stessa barca”, ed oggi, invece, si fanno tanti distinguo? Perché si è generata, specialmente in alcuni atenei, una spaccatura profonda fra laureati e non laureati? Mi riferisco, con ogni probabilità, ad una minoranza di studenti, naturalmente, ma ho anche personalmente sperimentato la più che spiacevole sensazione di un profondo distacco. Di chi è questa gravissima responsabilità?  Occorrerebbe citare la famosissima frase di Pier Paolo Pasolini, ma andiamo oltre, con altre domande: perché, ad esempio, troppo spesso non si palesa – come sarebbe logico ritenere - una crescita formativa post laurea, attraverso la partecipazione a congressi o corsi? Perché, viene da pensare, c’era più fermento negli anni ’80, ’90, con percorsi formativi certamente ben strutturati ma, appunto, non universitari che adesso? Non vedo che due risposte: o si tratta di un problema generazionale, e allora c’è ben poco da fare se non cercare di stimolare infaticabilmente, oppure c’è un conflitto fra le aspettative e ciò che poi il mondo del lavoro offre. Anche in questo eventuale caso, di chi sarebbero le responsabilità? Non forse di chi ha tratteggiato ipotetici scenari professionali esistenti, nel nostro Paese, per ben pochi fortunati?

Per quello che ci riguarda, a livello associativo, abbiamo provato prima e percorso poi con decisione l’unica via che può tentare, se non di risolvere, quanto meno di lenire le problematiche legate alla mancanza di comunicazione: il tavolo interassociativo Tiopto. Attraverso il Tavolo ci siamo meglio conosciuti, confrontati, e più spesso di quanto non si possa credere abbiamo riscontrato l’assoluta omogeneità di idee e di strategie. Forse è proprio questo che manca, generando fratture all’interno di quella che continuo a chiamare “la categoria”: il dialogo e la reciproca conoscenza.

In questo complesso scenario si colloca, come scrivevo all’inizio, una possibile, probabile transizione da un desueto, ma a tutt’oggi presente, Art. 12 del Regio Decreto 1928 che definiva il ruolo dell’ottico, e dalle ben più recenti sentenze di vario grado e tipo, ad un futuro legato alla Classe L30 (la classe di laurea di Fisica) e all’iscrizione per i laureati all’Albo dei chimici e dei fisici. Ciò porterebbe alla creazione di un pacchetto di competenze che diventerebbero attività specifiche attualmente da definire, poiché in discussione presso il Ministero della Salute. In virtù di quanto è sempre avvenuto in tutte le transizioni simili alla nostra ed in virtù di quel percorso storico al quale ho volutamente dedicato precedentemente un certo spazio, non è pensabile che questo possa avvenire senza una seria, corretta, ma inevitabile gestione delle competenze pregresse, cioè un percorso di equivalenza perché, come spero sia ora chiaro a tutti, l’Optometria in Italia non è nata nei primi anni di questo secolo giovane, ma molto, molto prima; poi perché ora ed ormai da tempo, come Associazione di categoria che rappresenta colleghi di ogni estrazione formativa, dall’ottico al laureato L30, collaboriamo fattivamente alla realizzazione di un percorso esclusivo per i laureati ma non dimentichiamo, e ci aspettiamo che nessuno dimentichi, che tale percorso dovrà contemplare l’assoluta necessità di non abbandonare nessuno per strada. Se le sentenze di Cassazione, che da decenni ormai blindano l’operare di chi può in qualche modo definirsi Optometrista, non saranno sostituite da un Decreto che possa garantire equivalenza di funzioni, lotteremo con tutte le forze perché possano rimanere in statu quo ante.

Andrea Afragoli
Presidente Federottica


Pubblicato il 22-06-2019 alle 17:38:42 | Stampa